Swap-party

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NULLA SI CREA E NULLA SI DISTRUGGEQuando Antoine Lavoisier, biologo, filosofo e chimico francese, pronunciò nel Settecento la frase rimasta immortale che teorizzava la legge di conservazione della massa, sicuramente non pensava che, oltre due secoli dopo, gli stessi principi potessero essere ritrovati alla base di un fenomeno dallo strano nome: “Swap Party”.In questo caso, però, lasciate lontane anni luce formule chimiche e teorie scientifiche, siamo nel campo dello shopping, reinterpretato alla luce della crisi attuale che, come sempre capita, aguzza l’ingegno.Nato originariamente a Manhattan, luogo che, con o senza crisi, è il centro nevralgico dell’universo modaiolo, lo swapping è un metodo che consente di fare shopping gratis, scambiando abiti e oggetti che non si usano più con quelli di amici, conoscenti o perfetti sconosciuti.Il termine deriva dal verbo “to swap”, che letteralmente significa “scambiare”, “barattare”, e nella sua accezione contemporanea non fa altro che reinterpretare questa pratica davvero antica.La semplicità e l’immediatezza del concetto hanno senza dubbio contribuito al proliferare del fenomeno, sollecitando, in questo modo, anche una maggiore attenzione al consumo sostenibile e responsabile, attento al riciclo e alla moderazione dello spreco.Qualcuno potrebbe ritrovare in questa pratica qualcosa di analogo al bookcrossing, ovvero il sistema conosciuto in tutto il mondo che crea dei luoghi in cui poter lasciare i libri che non si leggono più e non si vogliono conservare, mettendoli a disposizione di chiunque li voglia prendere per leggerli a sua volta. In effetti l’idea di fondo è la stessa: mettere a disposizione degli altri qualcosa, ancora in buono stato, di cui non si fa più utilizzo. Tecnicamente può funzionare con qualsiasi oggetto; vero è che il “core business” su cui si concentrano la maggior parte degli scambi sono i vestiti.ALTERNATIVO E DIVERTENTEMomento clou del proliferare degli swap party, infatti, è il cambio di stagione, per molti un incubo di scatoloni da svuotare e da riempire accompagnato dall’abituale litania di “questo lo tengo”, “questo non lo metto ma mi dispiace buttarlo”. A pensarci bene, la soluzione alternativa è sempre stata a portata di mano, e dai vestiti passati da fratello maggiore a fratello minore, o da vicino di casa a vicino di casa, non è mai mancata anche una primitiva messa in pratica.Ma lo swap party va ben oltre: non è un semplice modo per liberarsi di quello che non si vuole più, magari perché vecchio, rispondente a gusti che nel tempo sono cambiati, non utilizzato, ricevendo qualcosa di gradito in cambio; ma è un vero e proprio “scambio alla pari” in cui ogni attore trova la sua piena soddisfazione. Con l’ulteriore e non insignificante vantaggio di divertirsi come e più che in una normale sessione di shopping in un centro commerciale. Nulla vieta, infatti, di approcciare lo swapping anche on-line, proponendo i propri oggetti e barattandoli attraverso il web; ma sono sempre di più le persone che optano per dei concreti ritrovi in cui constatare di persona lo stato della merce, curiosando come in un mercatino di quartiere ma vivendolo nella duplice prospettiva di “venditore” e di “acquirente” insieme.SOCIAL SHOPPINGAnche perché, con il dilagare di internet, blog, e, soprattutto, social network, organizzare uno Swap party è facile e potenzialmente molto piacevole, potendo scegliere di coinvolgere direttamente la propria cerchia di amicizie, oppure allargare l’iniziativa a più persone. Non è un caso che ogni giorno che passa nascano su questo argomento gruppi e forum che periodicamente organizzano iniziative sempre più partecipate.Non ci sono regole stabilite da seguire, se non quella, evidente, di portare oggetti e vestiti in buono stato. Generalmente, nei ritrovi più ristretti, tra amici e conoscenti, lo scambio avviene in modo molto immediato e naturale: ognuno porta ciò che non vuole più utilizzare e prende, da quello che hanno portato tutti gli altri partecipanti, ciò che più gli interessa.Altre iniziative più organizzate e che mettono insieme più persone che non si conoscono tra loro optano per dare dei simbolici gettoni (oppure dei crediti, o qualcosa di analogo) che si possono poi barattare con gli oggetti che si trovano. In questo secondo caso ci si può anche allontanare un po’ dal concetto di “party” inteso come appuntamento unico da vivere insieme, trasformando l’iniziativa in qualcosa di permanente e più organizzato.In Germania, per esempio, può capitare di imbattersi nel “Givebox”, una sorta di negozio viaggiante in cui chiunque può lasciare i propri oggetti e curiosare alla ricerca di qualcosa da prendere in cambio.In America, invece, c’è chi ha provato anche a inventarsi un distributore automatico che funziona con lo stesso concetto: lo swap-o-matic. Si tratta di una macchinetta colorata con un display grazie al quale si può creare il proprio account che dà immediatamente diritto a 3 crediti. Ogni oggetto portato vale un credito in più. Ogni oggetto prelevato, un credito in meno.Il tutto senza dare alcun valore a quello che si prende o si lascia, sposando la tesi di fondo di questa modalità che è quella del liberarsi di qualcosa che non si usa più e prendere qualcosa che interessi in cambio, attuando un baratto in cui non esiste un valore dell’oggetto “in sé”, ma solamente il valore che ognuno, per i suoi personali bisogni e la sua esperienza, può dare a quell’oggetto. Ed è tutta un’altra cosa.